Economia
L'indipendenza trovò l'India in una situazione economica : sociale estremamente difficile. Con il Mahàtmà Gandhi si cercò di realizzare un modello di sviluppo originale, conciliando l'adozione di forme moderne di produzione con il mantenimento degli schemi tradizionali della società rurale, però migliorati. Le riforme agrarie tendenti a sopprimere i gravami fondiari abusivi, la difesa dei contadini contro l'usura, l'ammorbidimento del sistema delle caste hanno accompagnato il varo, a partire dal 1951, di piani quinquennali di sviluppo che si ponevano come obiettivo il raddoppio, in venti anni, delle produzioni indiane.
Per prima cosa lo stato ha nazionalizzato le più grandi banche: fin dal 1950 la Reserve Bank of India e la Imperial Bank (divenuta State Bank), poi, nel 1969, quattordici banche d'affari. Inoltre lo stato controlla, avvalendosi del Companies Act del 1956, le grandi società finanziarie e industriali e procede a investimenti nelle strutture e infrastrutture, utilizzando dapprima le riserve concesse, fino al I957, dal governo britannico e poi l'apporto di prestiti stranieri negoziati senza tener conto di discriminazioni politiche. All'iniziativa dello stato sono dovute le grandi realizzazioni industriali, le acciaierie, i complessi del settore della meccanica pesante (per es., macchinario industriale, materiale ferroviario), le fabbriche di fertilizzanti, mentre viene lasciata al settore privato la produzione di beni di consumo. Una delle maggiori preoccupazioni è stata quella di evitare la concentrazione industriale e di sviluppare l'artigianato delle piccole città e dei villaggi per la produzione di oggetti di uso corrente. Una parte notevole degli investimenti è riservata alla politica dell'acqua, considerata di assoluta urgenza per ampliare le superfici coltivabili e, in secondo luogo, per potenziare la produzione di energia elettrica.
Va detto che, nel complesso, i risultati sono stati molto inferiori alle speranze. Le riforme non hanno modificato le strutture essenziali e, cosa più grave, non hanno eliminato i fattori paralizzanti, in particolar modo la gerarchia delle caste e l'usura agraria (i tassi i di interesse dei prestiti vanno dal 4% al 5% al mese). La crescita economica è tutt'altro che trascurabile, ma in rapporto agli obiettivi giudicati indispensabili per un vero decollo è insufficiente. L'India rimane tributaria dei paesi industrializzati, sia per ciò che riguarda l'alimentazione (il deficit della produzione di cereali era nel 1971 di 21 milioni di t contro 6 milioni nel 1965) sia per il finanziamento delle sue attrezzature e dei suoi impianti di base.
L'aggravamento della situazione economica dell'India in seguito alla guerra del Bengala e all'enorme afflusso di profughi affamati ha reso evidente, all'inizio del 1972, imprescindibile necessità di uscire dalla spirale della miseria. Una politica di crescita economica sostenuta dai crediti stranieri è considerata come elemento indispensabile di una politica generale di sviluppo.
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Agricoltura
Un incredibile frazionamento della proprietà fondiaria e l'eccesso di popolazione rurale costituiscono un serio ostacolo all'introduzione di tecniche progredite: oltre 100 milioni di contadini non possiedono terra, 183 milioni ne possiedono meno di due ettari per nucleo familiare e devono sopravvivere con meno di 200.000 lire di reddito fanno. I tentativi di introdurre nuove colture, la a rivoluzione verde », e soprattutto lo sviluppo della coltura del grano hanno sconvolto le usanze agricole più di quanto abbiano accresciuto la produttività del lavoro e il rendimento del suolo.
Le produzioni rimangono deboli in rapporto alla superficie coltivata e irrigata, e ciò anche se su una porzione importante del suolo messo a coltura sia possibile ottenere due raccolti l'anno. Le produzioni agricole più importanti sono quelle dei cereali (riso, frumento, miglio, sorgo ecc.) che nel totale si aggirano sui 150 milioni di t. Ma l'India è anche un grosso produttore di zucchero, di piante oleaginose, di leguminose, di frutta, di tè, di tabacco. Le colture industriali sono quelle del cotone, della canapa, del lino e soprattutto della iuta.
Il punto debole dell'agricoltura indiana è l'allevamento. Il più grande patrimonio zootecnico del mondo (oltre 200 milioni di bovini) offre solo risorse irrisorie, mentre assorbe una parte notevole della capacità di produzione agricola di base. Un bue adulto pesa in media appena 150 kg (è vero peraltro che gli induisti non mangiano carne), una vacca produce solo 200 o 300 litri di latte l'anno e il contributo del lavoro animale nei campi è minimo.
I terreni irrigui rappresentano appena poco più di un terzo della superficie coltivata. I programmi più ottimisti prevedono, per gli anni Ottanta, di estendere l'irrigazione a 10 milioni di ha e di dissodare 20 milioni di ha, in modo da accrescere la produzione di cereali di circa 10 milioni di t. Per far fronte alla domanda crescente di prodotti alimentari, determinata dall'aumento della popolazione, il governo ha avviato la cosiddetta « rivoluzione verde », che consiste, oltre ché nella già citata estensione delle superfici irrigue, nella introduzione di tecniche agricole più produttive, nella modificazione delle rotazioni e in un maggiore impiego di fertilizzanti e di sementi selezionate. L'ostacolo maggiore è costituito dall'ignoranza e dall'analfabetismo dei contadini, sui quali la propaganda produttivista come quella anticoncezionale hanno una difficile presa, e dalle condizioni di estrema miseria in cui vivono, che impediscono loro ogni investimento senza l'aiuto dello stato.
I risultati della « rivoluzione verde » sono stati molto ineguali da regione a regione. Nel complesso, la produzione ha avuto in dieci anni un incremento dal 10 al 15%, ma le rese unitarie rimangono molto basse a paragone di quelle ottenute, in condizioni climatiche e pedologiche simili, da paesi asiatici più evoluti. Va infine ricordata un'altra circostanza negativa: la inadeguatezza degli impianti di stoccaggio fa sì che di ciascun raccolto ne vada perduto oltre un terzo, divorato dai topi e dagli insetti o deteriorato dall'umidità e dalle muffe. Si giunge così al punto che nelle annate in cui il raccolto è buono si preferisce esportare anziché cercare di conservare.
Uno sforzo è stato compiuto anche per inserire il settore zootecnico nell'economia nazionale, almeno sotto forma di produzione lattiera; ma la produzione di latte nel 1976 era ancora di appena 24 milioni di t (più o meno 35 litri per abitante) a fronte di u
un parco bovini valutabile a circa 1/5 del totale mondiale.